lunedì 5 novembre 2012

Cherubino


       “Pazzo Cherubino, giocondo viso di rara bellezza, protettore del mio giardino, dimmi, ti ho forse arrecato dolore?

Mai, mio signore, le vostre parole furono più errate.

      Le tue gote sono arrossate, e quella freddezza che intravedo nei tuoi occhi umidi color del ghiaccio, mi lasciano supporre che qualcosa opprime la tua anima.

Mio Signore, tu mi hai donato ciò che c'è di più nobile: la saggezza e la conoscenza, per vedere il mondo. La luce, per illuminare di purezza ciò che vedo. L'onore, per essere degno di essere al tuo fianco. E non posso che esserne felice ed orgoglioso.

      Le tue parole mi rincuorano. Ma se tutto ciò veramente fosse, non staresti nascondendo lacrime traditrici di tristezza. Dissipa i tuoi affanni, fedele compagno.

La verità è...che nonostante l'elevatezza di sentimento di cui genuinamente vanto, mi sento incompleto. E questa orribile, lacerante,sensazione di vuoto che mi avvolge e intrappola, lasciandomi devastato, scaturisce dalla FREDDEZZA. Freddi sono i miei occhi, così come il mio cuore. Mio Signore, a che mi serve la bellezza, se nessuno mi può vedere? A che mi serve la nobiltà d'animo se sono solo? Le più divine caratteristiche risiedono in me, ma non conosco il significato della parola amore. Non fosti tu, a donarmi la più vasta e completa conoscenza? Più sono convinto di questo, e più mi dilanio, mi dispero nel vano tentativo di giungere ad una risposta. Altissimo, io sono una delle più belle creature, ma non ho mai sofferto. Vorrei provare la vera sofferenza, eterna presenza del mondo sensibile, tanto odiata dagli esseri umani. Ma la sofferenza rende loro la vita. Loro...così umani e peccatori, portatori di sventure e di odio verso il prossimo, incapaci di clemenza e redenzione, guidati dalla mera illusione. Loro, così dannatamente impuri e perfidi, spinti puramente dalla ricerca di un bene terreno ed inutile, egoisti e millantatori. Eppure loro vivono, le loro perenni vicissitudini, i loro dolori, le loro pene...li rendono vivi, facendoli reagire, svegliandoli, spronandoli!
Quegli esseri vivono, gioiscono, godono, soffrono, reagiscono, piangono, ridono, amano, vengono travolti dalle più intense passioni.
Peccando, essi vivono. Paradosso che si scontra contro i miei insegnamenti. Ed ogni volta che mi immergo in questi folli pensieri, pecco, mio Signore. Pecco, perchè anche io vorrei poter amare, essere travolto dalla più violenta passione, tanto da lasciarti scosso, febbricitante. Soffrire per la più nobile delle cause, donare il mio cuore gelido, e sacrificare la vita, se necessario. Sentire ogni battito pulsare con impeto in ogni parte del mio corpo, vivere di emozioni, ricordi, sentire l'adrenalina scorrermi nelle vene violacee ed essere libero di agire indipendentemente dalle conseguenze.
Pecco mio Signore, perchè vorrei essere come loro, e
vivere.

domenica 22 luglio 2012

Andata e ritorno: diario.

"Non se ne parla."
"Eddai Jack, non fare il melodrammatico, sara' un'ottima esperienza."
"Per te sicuramente, sei una tale egoista."
"Sembri mia madre."
"Gia', appunto, che mi dici di lei?"
"Cristo Jack, falla finita, sono tre mesi, tre fottutissimi mesi. Torneremo prima che si possano abituare alla nostra assenza."
"Come vuoi."
Sophie prenoto' il biglietto con largo anticipo, risparmiando cosi' sulle tasse aeroportuali.
I giorni passavano veloci, e lei non aspettava altro che allontanarsi da quella monotonia che per anni aveva cercato di evitare, riempiendo le sue giornate dedicandosi esclusivamente al benessere del suo spirito.
Una volta all aeroporto pero', si vide crollare quelle certezze come fossero foglie d autunno: piu' si avvicinava l'ora dei saluti, piu' voleva andare tutto all'aria.
Si sentiva tremendamente fragile, lasciata alla deriva, impotente, senza sapere se aspettarsi una tempesta o la calma piatta.
Saluto' genitori e amici con la tristezza nel cuore, cercando di recluderla negli antri piu' remoti di se', dove a nessuno era concesso entrare.
"Tre mesi voleranno..." esordi', cercando di convincere piu' se' stessa che gli altri.
Buffo, si ritrovo' a pensare, la stessa monotonia da cui stava scappando, ora era la cosa che invece bramava di piu', e se, per assurdo, si fosse davvero voltata, rinunciando a tutto, lo avrebbe rimpianto probabilmente per tutta la vita. Le sue lunghe passeggiate assieme al cane, le sue amiche, la colazione nello stesso bar, i film con sua madre, i temporali estivi nel suo piccolo paese agricolo.
Scomparse tra la gente, e quando si trovo' a debita distanza, si tuffo' in un angolino e scoppio' in lacrime.
Guardo' il gate, gia' colmo di persone e sussurro' a se' stessa: "D'ora in poi, sono sola."
"Io te l'avevo detto."
"E' normale che reagisca cosi', una volta in Australia sara' cosi' straordinario che quasi mi dimentichero' di loro."
" Non mentirmi, sai che non puoi."
Lei lo guardo' torva e riprese a camminare, e lui le tenne retro.

mercoledì 18 luglio 2012

Alexandros.

Questa, mio caro Valerio, te la dedico tutta. Bhè, anche se la poesia non è farina del mio sacco.
Probabilmente, mi sarei innamorata di Alessandro.
In questa poesia gli vengono riconosciute la profondità d'animo e l'irrefrenabile voglia di conoscere, esplorare, in una chiave romantico decadente; proprie di un uomo che davanti all'oceano, si trova anche davanti all'infinito.
"Il significato del poemetto è questo: poiché la realtà è sempre deludente, è meglio solo sperare e sognare. Il sogno è l'infinita ombra del vero: anche se vago e inconsistente, esso dà almeno l'illusione dell'infinito."


Alèxandros
Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
                                                              
 Non altra terra se non là, nell'aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
 
o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall'ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
 
l'ultimo fiume Oceano senz'onda.
O venuti dall'Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
 
dentro la notte fulgida del cielo.
 
 
II
 
Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.
 
Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.
 
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:
 
il sogno è l'infinita ombra del Vero.
 
 
III
 
Oh! più felice, quanto più cammino
m'era d'innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
 
Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl'infiniti armenti.
 
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,
 
sempre più lungi, ardea come un tesoro.
 
 
IV
 
Figlio d'Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l'auleta:
 
soffio possente d'un fatale andare,
oltre la morte; e m'è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
 
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l'Oceano, il Niente...
 
e il canto passa ed oltre noi dilegua. -
 
 
V
 
E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall'occhio nero come morte;
piange dall'occhio azzurro come cielo.
 
Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell'occhio nero lo sperar, più vano;
nell'occhio azzurro il desiar, più forte.
 
Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell'immenso piano,
 
come trotto di mandre d'elefanti.
 
 
VI
 
In tanto nell'Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
 
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
 
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d'un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
 
le grandi quercie bisbigliar sul monte.

[Giovanni Pascoli]

martedì 17 luglio 2012

V.

Terso. Come un cielo d’estate.
È sereno. Spasmodicamente allegro.
Infinito. Come il mare.
Ti perdi nella sua vastità e soffri nel non conoscerne i limiti.
Ma nello stesso tempo vorresti provarlo per ore.
Indispensabile. Come l’aria.
Sfuggente e tenace, ti logora l’anima silenziosamente.
Ma nonostante questo, la desideri.

Perché è una maliziosa e seducente droga.
Che ti provoca, ti stuzzica, ti invita a seguirla.
Non badi alle parole tentatrici,
ti lasci cullare, inebriato,dal fascino che pare far brillare in ogni suo gesto,
movimento,
sguardo,
tocco.

Prima di lasciarti andare completamente,
consapevole del fatto che l’irrazionalità sta prendendo il sopravvento,
ti fermi.
Lo guardi.
Sai che non sarà per sempre,
ma poco importa.
Perché una parte di te, già non esiste più.